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  • Francesco Randazzo

Norvegia

Aggiornato il: 12 apr 2019


Il Preambolo:

Londra 2016

Dopo aver passato un anno difficile, apprendendo una nuova lingua, abituandomi a una nuova cultura, spendendo tanto del mio tempo lavorando per dei ristoranti, decido, finalmente, di cambiare lavoro. Ho sempre amato la strada, era il mio ufficio. Così mi si presenta l’opportunità di lavorare come corriere, dapprima in bici, e successivamente con uno scooter. Con questo cambiamento, avevo molto più tempo per me stesso, che, spendevo su un famoso videogioco al computer.

Il mio unico desiderio era di diventare un videogiocatore professionista. Adeguatamente retribuito per giocare in tornei.

Sembra follìa, ma era l’unica cosa che mi importava in quel periodo.

Pian piano ho perso l’abilità di amare, me e chi mi stava intorno. Mi svegliavo alle 5 del pomeriggio, e dopo poco ero già a tentare la mia fortuna di fronte a quello schermo. Senza mai fermarmi fino all’alba. Vivevo, ormai, nell’oscurità di una droga.

Dicembre 2016

Uscendo di casa, decido di rompere quella routine, prendendo la metro. Non ricordo dove ero diretto, ma avevo bisogno di cambiare. Vedendo un manifesto, con l’aurora boreale, si risvegliò qualcosa in me. Ho sempre avuto un animo avventuriero, e decisi di fare di tutto per vedere, almeno una volta nella vita, l’aurora boreale.

Torno in Sicilia per Natale, e comunico ai miei che sarei partito per la Norvegia. Un po’ riluttanti, mi supportano nella scelta.

Vendo tutto, il mio computer, la il mio scooter, e tutto ciò che avevo costruito in questi anni. L’unico obbiettivo era – aurora boreale. Abbandonando del tutto il desiderio di diventare un videogiocatore professionista.

La mia stanza era: un letto, una scrivania ed una sedia. Il necessario per ricordarmi di andare fuori a godere della natura e dell’anima.

Febbraio 2017

Ero quasi pronto alla partenza, avevo già acquistato tutto il necessario per quel clima così freddo. Finalmente, Jonas e Iwona, mi approvano la richiesta che avevo portato su wwoofnorway.org, una fantastica organizzazione che aiuta i viaggiatori a contattare le fattorie che ospitano gratuitamente in cambio di poche ore di volontariato.

La settimana prima che partissi, prendo un volo last minute e parto per un breve ma frenetico viaggio per Trieste. Volevo incontare qualuno di importante per me, insieme esplorando i paesi balcanici che confinano con l’Italia.

Il viaggio:

7 Febbraio 2017

Nella stessa giornata, cambio tre paesi, e tre fusi orari diversi. Passo la notte in bianco, ripulendo e lasciando la stanza londinese, e in breve tempo ripartire per l’areoporto. Mi sento spaesato, stanco, ma sto bene.

Dormo quelle poche ore in volo, e aprendo gli occhi, vedo un paesaggio completamente nuovo. Arrivando alla stazione di Trondheim-Vaernes, mi accorgo, imprecando, di aver perso la coincidenza di un traghetto. L’unico traghetto giornaliero. Chiamo Jonas per informarlo dell’accaduto, ma sfortunatamente non mi può aiutare. Vago, così, tutto il pomeriggio alla ricerca di cibo e un luogo dove fermarmi per la notte. Quest’ultima diventa quasi un’impresa; vago tra una cabina di un bus e l’altra (cabine chiuse e riscaldate) giusto il tempo di togliere i guanti, controllare il cellulare, e ritornare a muovermi verso il prossimo, per poi scoprire è già tutto occupato. Il tutto dura fino a sera. Finalmente, dopo un ennesimo rifiuto, mi indirizzano verso un ostello in periferia. Dopo un paio di ore di cammino, mi ritrovo a distendermi sul letto, e dopo le mille peripezie, e un collegamento ad internet, riesco a contattare i miei genitori. Ciò che amo degli ostelli sono gli spazi condivisi, si conosce tanta gente, e tante storie.

Trovandomi nella hall dell’ostello, incuriosito da un ragazzo con un cappellino con scritto “Everest 5675mt”, decido di presentarmi al ragazzo che lo indossava, chiedendogli se lui avesse scalato la montagna più alta del mondo. La risposta era cucita sul cappello, ovviamente. Quella è l’altitudine raggiunta da Steave. Il suo nome è Steave, se non l’avessi detto prima.

Giocando a carte, e ridendo, mi racconta di quell’impresa incredibile. Entrambi avevamo il sogno comune di riuscire a vedere l’Aurora Boreale, eravamo lì per la stessa ragione. Da quel momento in poi, ho speso tutte le mie notti a cercarla. Spesso senza risultati. Dovrà passare poi un mese per vederla, in tutta la sua grandezza.

Esco dall’ostello e il giorno dopo inizia il tran tran di mezzi pubblici per raggiungere quel fiordo norvegese, dove vivrò per i prossimi due mesi. L’ultimo di questi si ferma di fronte la fattoria di Jonas (l’autista sapeva bene dove fermarsi, in realtà non esistevano vere e proprie fermate). Vedo così una grande fattoria su quel colle innevato. Da lontano osservo le montagne, le foreste, e tutto quel paesaggio che non avevo mai visto prima d’ora. Tutto è una novità, respirare sembra non essere così come l’ho sempre saputo; camminare sulla neve si rivela più difficile del previsto. Goffamente salgo questa lunga strada ghiacciata che mi porta sulla cima del colle.

Raggiunto il luogo, due ragazzi tedeschi in viaggio, Max e Joshua, mi accolgono mostrandomi ogni parte della fattoria. Finalmente si fa sera e raggiungiamo la casa principale dove incontro Jonas e Iwona per la prima volta. Che coppia! Lavorano entrambi per mantenere una fattoria, accogliendo viaggiatori, ascoltando le loro storie , offrendo loro ottimi liquori.

Passiamo le serate tra zuppe di pesce, film, alcolici, e piccoli capretti che saltavano tra un divano e l’altro. Tutto insieme sembra qualcosa di assurdo, ma è la realtà che ho vissuto questi due mesi.

Le mie giornate partivano col sorgere del sole. La prima mansione era nutrire le capre, e sostituire l’acqua congelata dai fusti con quella fresca dal fiume per poi continuare con il tagliare e stipare la legna. Dopo questa routine, la giornata era libera fino al tramonto, dove ripetevo le stesse mansioni.

Normalmente per me la giornata consisteva di lunghe passeggiate tra bianche foreste e laghi ghiacciati, che trascorrevo spesso con Max e Josh. Dopo poco però si aggiunge anche Katrine, una tipica ragazza danese, occhi verdi e capelli biondi.

Adesso eravamo in cinque, noi quattro, e il nostro fedele cane lupo Bob. Eravamo come bambini alla ricerca di qualcosa di nuovo, ma quello che ci importava di più, era condividere le nostre piccole avventure di fronte un bicchiere di liquore, e lo scoppiettio di un camino.

La routine è rimasta uguale per tutta la durata della mia permanenza, tranne il fuoristrada impantanato, la capra incinta che partorisce presto di mattina o innescare una carica di dinamite per creare un passaggio d’acqua. Che roba!

Quelli che fino adesso erano miei compagni di viaggio, dovettero ritornare alle loro vite, motivo per cui sono rimasto in solitudine, con me stesso, e con la natura che mi circondava.

Passavo intere giornate con Bob, lasciavo che lui mi guidasse per la foresta innevata per diverse ore, fino a quando ero certo di essermi perso. La fattoria divenne ogni pomeriggio il mio punto di arrivo finale. Il mio percorso cambiava sempre di giorno in giorno. Allontanandomi ogni giorno di più, mi sentivo sempre più vicino alla Natura.

Perso per i Fiordi Norvegesi:

Perso per i meandri della foresta boreale all’inseguimento di un’alce, io e Bob eravamo determinati a trovarla, ma allo stesso istante, il sole tramontava inesorabile all’orizzonte. Per noi significava iniziare il percorso di ritorno, ma non sapevamo dove mettere la prima zampa. Nessun punto di riferimento, nessuno strumento. Salivo sulla punta degli alberi più alti, cercando fattorie o laghi, questi ultimi erano di grande aiuto perché costituivano un solido orientamento.

Quella volta però non vedevo nulla di familiare. Vedevo soltanto la mia paura. La paura di non riuscire più a tornare. Bob era stremato, e io non sentivo più i miei piedi. In quell’istante di puro terrore, riesco a vedere in lontananza un traliccio. Andare a destra, o a sinistra?

Seguendo il mio istinto, dopo più di un’ora di cammino, riesco a trovare una strada che poi ha fatto uscire dalla foresta per poi portare verso la fattoria. Una lunga, lunga giornata, che si è però risolta nel migliore dei modi. Di fronte il familiare camino, ed una ottima zuppa di pesce da poco preparata da Iwona.

Il giorno dopo riparto subito per una nuova escursione. Sapevo che l’esperienza del giorno prima mi avrebbe segnato in maniera negativa se non avessi affrontato quella paura vissuta. Continuai così per giorni e giorni.

Non c’erano filtri, libertà assoluta, nessuno a giudicarmi, nessun telefono. Ero solo con me stesso, con la natura, e l’avventura che stavo vivendo. Paura e felicità. Tutte le emozioni nascevano senza trattenersi. Un viaggio interiore, una lotta di sentimenti che non avevo mai provato prima, quasi a non riconoscermi più. Il mio me così chiuso finalmente si conosceva un po’ di più. Sapevo cosa mi rendeva felice.

Il ritorno:

Mancavano pochi giorni alla fine del viaggio, e seppure le cose che ho scoperto di me erano importanti, il risultato è diventato un “me” più indeciso del futuro di quanto non fossi mai stato. Cosa fare oggi? Cosa decidere domani? Rimanere lì in fattoria? Tornare in Inghilterra? Trovare un altro posto dove stare? Tutte, troppe domande di cui non sapevo la risposta.

Dopo aver passato la maggior parte del tempo rimuginando sulle decisioni da prendere nel futuro, era giunto il momento di tornare.

Ricordo ancora l’ultima notte, passata a godere dei liquori di fronte al fuoco, a ridere tra di noi, Juliette e Jack (dei ragazzi che si sono aggiunti alla ciurma alla fine del viaggio), Jonas e Iwona.

Sveglia all’alba, con un forte mal di testa dalla sera precedente, mi tocca correre per prendere tutti i mezzi e arrivare all’aeroporto. Corri, entra nell’aereo, dormi, e ritorna al mondo reale con una valigia di esperienze che mi hanno segnato per sempre.

Dedico le mie parole a tutti quelli che mi hanno chiesto del viaggio, e io non sono mai stato capace di spendere un paio di ore spiegando l’esperienza che mi ha cambiato la vita.


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©2019 by Armando Contarino & Francesco Randazzo.